Una volta l'anno io e i miei fratelli rinunciamo alla nostra virile mascolinità e indossiamo un grembiule. Sabato sera ero felice e desideravo di andare in montagna per il rituale, ma domenica mattina non volevo smuovermi dal letto e avrei ceduto volentieri il mio posto per mia madre. Ovviamente mia nonna mi ha lanciato i vestiti addosso e quindi eccomi in viaggio, con lei, mio padre, Marco, la voce stridula e forte di mia zia e la macchina carica di cassette.
Non so quanto questo genere di tradizione possa essere strana per i miei blogger (non ricordo nemmeno di averne parlato, l'anno scorso), ma da me si «fanno i pomodori». Ovvero la famiglia si riunisce, si comprano pomodori (o si coltivano a sufficienza), si lavano, vengono tolte eventuali parti rovinate, si mettono a bollire, si spremono e si ricava il sugo, che poi viene imbottigliato e messo da parte fino alla prossima estate. È quel genere di cosa che la mia famiglia fa da una vita, e da piccoli io e Fabio ci svegliavamo prestissimo pur di correre a dare una mano.
Quest'anno è stato un po' diverso, ma vabe'. Abbiamo tappato centocinquanta bottiglie da tre quarti e ora si stanno cuocendo dentro due botti. Avrei voluto fare delle foto (specie alle mie mani, che per occasionali schizzi si è ritrovata ad assomigliare a quello degl signor Sweeney Todd che prepara i suoi pasticci), ma ho avuto solo il tempo di chiudere il cancello prima di salire in macchina.
Sabato sera, comunque, oltre all'«ero felice e desideravo di andare in montagna», c'è stata anche una sorpresina. Verso le undici stavo andando a letto, ma avevo sete e mi stavo dirigendo verso il lavandino della cucina, prima di ricordarmi che è in disuso da settimane e forse non sarebbe il caso di usarlo. Allora mi dirigo verso lo stanzino (?!) anziché il frigo. Lo apro, accendo la luce e più o meno questo è il mio pensiero: «Oh, giusto, mica l'acqua è nello stanzino! Ah, c'è un topo». Passano due istanti e mi rendo conto di quel che ho visto, quindi chiudo di botto la porta, chiamo mio padre e creiamo una muraglia attorno alla porta. Il resto della serata è stato passato con un passamano di roba, alla ricerca della brutta copia di Ripicì, ma quando attorno a me le pile stavano cominciando a sommergermi mio padre ha ritenuto opportuno prendere una trappola e zac, ieri sera, al ritorno, abbiamo trovato l'esserino morto stecchito.
Ok, lo ammetto, l'ultimo paragrafo è un po' assurdo e inutile, ma trovarsi un topo in casa non è da tutti i giorni e volevo raccontarvelo comunque.
Per quanto riguarda i lavori, mio padre ha sistemato l'impianto elettrico e stiamo cercando di rintracciare il nostro pittore di fiducia (no, non quello che ha fatto il ritratto di famiglia appeso sopra il camino). Considerando che è il primo settembre e che tutti questi cambiamenti mi stanno stufando, vorrei dirgli di non chiudere più la porta della camera di mia nonna per riaprirla dove sta ora lo stanzino. Immagino comunque che il mio parere non gli interessi più di tanto, ma puah, visto che l'anno prossimo si dovrà spostare la porta dell'ingresso nel salone nuovo, perché non rimandare anche altre rotture all'estate?
Ah, ho notato che tutta la blogosfera a me nota si è dimenticata del blogday. Puah!
Anche se sono in ritardo, tra scappatoie e riciclando vecchi blog, cercherò di adempiere al mio lavoro di blogger:
E poi be', questo post è così brutto che non intendo proseguire più oltre. Il ritorno a scuola si avvicina e mi è più o meno indifferente, bla bla bla, sto leggendo Il ritorno del re, bla bla bla, sto alla 1x12 di Desperate Housewives, bla bla bla.
L'abbattimento di un muro, dal punto di vista di Earl, potrebbe essere la metafora di qualcosa di molto più grande. Perché un terremoto, un tornado, un acquazzone e un muro in meno hanno tutti una cosa in comune: uniscono le persone. Devo dire che però la mia famiglia non sembra essere molto diversa: Fabio è il solito elefante, Marco fa la parte del criceto dentro la palla di vetro, mio padre è più snervato del solito per via delle ferie passate nella polvere del corridoio che ormai non c'è più, mia nonna continua ad essere più sorda che mai e mia madre passa le giornate dalla signora P. a fare da badante.
In effetti, però, qualcosa sembra essere cambiato. No, i miei fratelli sono stupidi come prima, ma mia madre sta facendo più di un tentativo per attaccare bottone con me. Il problema è che la storia dell'attaccare bottone funziona solo in un senso, perché quello nei panni di chi porta la camicia - cioè io - trova una certa difficoltà nel cercare di farsi attaccare il bottone.
C'è da dire, in ogni caso, che mi sto elevando ad una nuova concezione del mio stato di figlio. Non mi sto più lamentando... non come prima, almeno. Ieri, ad esempio, mentre ero preso da un interessante giramento di pollici, sono stato trascinato su in montagna, e al contrario di Marco non ho fatto tante storie. Certo, anche se quella «toccata e fuga» si è trasformata in un'intera giornata, e anche se ho avuto un mal di pancia così assurdo e inspiegabile da poterci scrivere una sceneggiatura per un film, non mi sono lamentato.
Se ora mi lamento è perché oggi ho approfittato della carta della giornata di ieri per non andare. Ah! Quale immenso piacere avere la casa senza muro, con l'arco ben curato, nessuna traccia di mattoni in cucina e il nuovo piccolo muro (di cui non vi parlerò nel dettaglio perché è complicato) tutti per me! Quale immenso piace...! Oh, come? Mi stai dicendo che in montagna sono venute tutte le famiglie felici che da un po' non si facevano vedere? Ah. Molto interessante, certo. Proprio oggi che non ci sono venuto io. Bene. Vado a farmi sotterrare da Shiba in giardino.
No, ok, ho superato questo trauma abbastanza allegramente (abbiamo un mattone in meno, però). Ho finito un altro racconto che da un anno e passa era nel limbo dei racconti dimenticati, La matassa; il risultato non mi soddisfa completamente, ma devo rivederlo. In effetti quando dico che qualcosa non mi soddisfa poi non si rivela essere uno schifo totale, quindi dovrei essere ottimista. Ma mi sto rendendo conto, di questi tempi disperati, che la gioia di ultimare un racconto scema un po' quando ne sto finendo molti di fila. Per ora sono solo tre, ma cosa succederà alla crosta terrestre quando li avrò finiti tutti e con il mio piccolo papillon rosso andrò alla casa editrice più vicina? (Ihihih, ohohoh, dehihiohoh. Ok, basta idiozie).
Per la parentesi culturale posso dire che: a) non sto suonando più il piano, per via del «se lo impolveriamo più di così sei morto!»; b) Desperate Housewives mi intrippa sempre di più; c) ho finito Le Cronache di Narnia. Devo dire che è molto meglio di quello che pensavo a causa di quello schifo noto come Il cavallo e il ragazzo, quindi mi ritengo soddisfatto e felice di aver messo una barra anche su quel libro (qui trovate un'umile riconsiderazione sul personaggio di Susan, mentre il mio commento sulla saga lo trovate su anobii); d) ho visto Il principe Caspian. Decisamente meglio il film del libro.
Detto questo credo che andrò a portare a spasso Shiba-Shibbu-Shibbina cara, che non fa altro che uggiolare da quando l'ho slegata e mi sono messo a scrivere questo post.